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Il neorealismo è stato un movimento culturale, nato e sviluppatosi in Italia durante il secondo conflitto mondiale e nell'immediato dopoguerra, che ha avuto dei riflessi molto importanti sul cinema contemporaneo (soprattutto negli anni compresi tra il 1943 e il 1955 circa). In ambito cinematografico i maggiori esponenti del movimento, sorto spontaneamente e non codificato, furono, negli anni quaranta, i registi Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Aldo Vergano, Giuseppe De Santis, Pietro Germi, Alberto Lattuada, Renato Castellani, Luigi Zampa, Alessandro Blasetti e gli sceneggiatori Cesare Zavattini e Sergio Amidei, cui si affiancheranno, nel decennio successivo, Luciano Emmer, Luigi Comencini, Gianni Puccini, Antonio Pietrangeli, Francesco Maselli, Carlo Lizzani, Valerio Zurlini, Pier Paolo Pasolini e Francesco Rosi. In una posizione a sé stante si collocano Federico Fellini (per la cui cinematografia si conierà il termine di realismo magico e, successivamente, fantarealismo) e Michelangelo Antonioni, che inizialmente aderì al neorealismo con alcuni celebri documentari (fra cui Gente del Po del 1943/1947 e N. U. Nettezza urbana, del 1948) e, in qualche misura, con il film Cronaca di un amore (1950), per poi prenderne le distanze nel corso degli anni cinquanta (il suo neorealismo venne inizialmente definito esistenzialismo dell'anima o anche esistenzialismo interiore).
Elio Petri, pseudonimo di Eraclio Petri (Roma, 29 gennaio 1929 – Roma, 10 novembre 1982), è stato un regista, sceneggiatore e critico cinematografico italiano. Importante regista del cinema italiano, fu autore di opere di ispirazione civile e denuncia sociale, in cui mise in evidenza il tema del rapporto tra l'uomo e l'autorità. Il suo attore prediletto fu Gian Maria Volonté[1], che diresse nei film A ciascuno il suo (1967), Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), La classe operaia va in paradiso (1971), e Todo modo (1976)[1]. Nel film A ciascuno il suo (1967), tratto da un romanzo di Leonardo Sciascia, emerge con chiarezza una propensione al cinema d’impegno civile (o cinema politico) che troverà compiuta espressione nella “trilogia della nevrosi” degli anni 70. Il primo è Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) dove viene rappresentato il senso di onnipotenza dato dal potere. Il film ottenne un grandissimo consenso da parte del pubblico e l’anno seguente si aggiudicò l’Oscar, al miglior film straniero. Gli altri due capitoli della trilogia della nevrosi sono: La classe operaia va in paradiso (1971), corrosiva satira sulla vita degli operai nelle fabbriche (nevrosi del lavoro), con cui nel 1972 conquistò la Palma d’oro a Cannes e a seguire La proprietà non è più un furto (1973) che rappresenta un’analisi a sfondo grottesco sulla proprietà e sul denaro (nevrosi del denaro). Nel 1976 Petri portò al cinema un altro romanzo di Sciascia, Todo modo, tratto dal romanzo omonimo, che racconta il grottesco decadimento di una classe dirigente nella descrizione di un’assise dei vertici della Democrazia Cristiana presso un albergo-eremo allo scopo di praticare degli esercizi spirituali.
Giuseppe De Santis (Fondi, 11 febbraio 1917 – Roma, 16 maggio 1997) è stato un regista, sceneggiatore e critico cinematografico italiano, tra gli esponenti di spicco del neorealismo cinematografico. Riso amaro (1949), Non c'è pace tra gli ulivi (1950, Roma ore 11 (1952). Il film Riso amaro tratta della dura lotta per la vita delle mondariso, in una storia che intreccia l’analisi politica segnata dalla lotta di classe alla sfera del privato dei protagonisti.Nella regia si esalta la recitazione di un’esordiente d’eccezione, Silvana Mangano. Per questo film De Santis e Carlo Lizzani ottengono la nomination per il Premio Oscar per il miglior soggetto. Le stesse tematiche, sullo sfondo di una società contadina ancora “primitiva” e conflittuale, quella della natìa Fondi, vengono trattate nel successivo Non c’è pace tra gli ulivi (1950). Con Roma ore 11, ispirato ad un fatto di cronaca di forte presa sociale avvenuto a Roma (1952), e un marito per Anna Zacchero (1953), che analizza la vita e i tormenti di una ragazza napoletana afflitta dalla sua procace bellezza, che diventa ostacolo per la vita normale alla quale ambisce, De Santis lascia momentaneamente la campagna per trattare temi cittadini e borghesi, in un’Italia che nel pieno della ricostruzione si orienta sempre più su miti e atteggiamenti “americani”. Roberto Gastone Zeffiro Rossellini (Roma,8 maggio 1906-Roma, 3 giugno 1977) è stato un regista e sceneggiatore e produttore cinematografico italiano. E’ stato uno dei più importanti registi della storia del cinema italiano, che ha contribuito a rendere noto al mondo con pellicole quali Roma città aperta (1945), Paisà (1946) e Germania anno zero (1948), che fanno di lui uno dei padri del neorealismo. Durante la sua carriera vinse alcuni dei più importanti premi cinematografici tra cui la Palma d’oro al Festival di Cannes, il Leone d’oro al Festival di Venezia e 5 Nastri d’argento; a questi si aggiunge anche una candidatura ai Premi Oscar. Registi come Francois Truffaut e Martin Scorsese hanno più volte affermato di essere stati influenzati dal cinema di Rossellini e di vedere in lui un maestro. Con la fine del regime fascista nel 1943, a soli 2 mesi dalla liberazione di Roma, Rossellini stava già preparando Roma città aperta su un soggetto di Sergio Amidei (con Fellini che lo assisteva alla sceneggiatura e Fabrizi che recitava nella parte del sacerdote). Questo film drammatico non ebbe un successo immediato in Italia, anzi fu un successo di ritorno dagli Stati Uniti e dalla Francia. Rossellini aveva così iniziato la sua cosiddetta Trilogia della guerra antifascista o Trilogia neorealista, il secondo titolo della quale fu Paisà, girato in 6 episodi con attori non professionisti tra Napoli, Maiori in Costiera Amalfitana, un convento sull’Appennino e il Delta del Po. Terzo film della Trilogia neorealista fu Germania anno zero (1948), e girato nel settore francese di Berlino. Si è supposto che uno dei motivi del suo successo, sia il fatto che Rossellini riscrisse i copioni in base ai sentimenti e alle storie degli attori non- professionisti. L’accento regionale, il dialetto, e i costumi, venivano mostrati nel film come se fossero nella vita reale. Dopo la trilogia Neorealista, Rossellini produsse 2 film oggi classificati come “di transizione”. L’Amore (con Anna Magnani) e La macchina ammazza cattivi entrambi girati a Maiori in Costiera Amalfitana, sulla capacità del cinema di ritrarre realtà e verità (che richiama alla Commedia dell’Arte).
Luchino Visconti di Modrone, conte di Lonate Pozzolo, noto semplicemente come Luchino Visconti (Milano, 2 novembre 1906 – Roma, 17 marzo 1976), è stato un regista, sceneggiatore e partigiano italiano. Per la sua attività di regista cinematografico e teatrale e per le sue sceneggiature, è considerato uno dei più importanti artisti e uomini di cultura del XX secolo. Ritenuto uno dei padri del neorealismo italiano, ha diretto numerosi film a carattere storico, dove l'estrema cura delle ambientazioni e le ricostruzioni sceniche sono state ammirate e imitate da intere generazioni di registi. Successivamente, i suoi film sono principalmente dedicati a temi come la bellezza, la decadenza, la morte e la storia europea, in particolare il declino della nobiltà e della borghesia è stato ripetuto più volte nei suoi film. Il suo primo film: Ossessione (1943), ispirato al romanzo Il postino suona sempre due volte di James Cain, ha come protagonisti Clara Calamai, Massimo Girotti, nella parte del meccanico Gino, Juan de Landa, nel ruolo del marito tradito, ed Elio Marcuzzo nel personaggio de “Lo spagnolo”. Con Ossessione Visconti dà inizio al genere cinematografico del neorealismo. Nel 1948 torna dietro la macchina da presa realizzando un film polemico e crudo, che denuncia apertamente le condizioni sociali delle classi più povere, La terra trema, adattamento del romanzo I Malavoglia di Giovanni Verga, di stampo quasi documentaristico. Bellissima (1951), tratto da un soggetto di Cesare Zavattini, con Anna Magnani e Walter Chiari, analizza con spietatezza il “dietro le quinte” del mondo cinematografico. Siamo donne (1953), sempre tratto da un soggetto di Zavattini, mostra un episodio della vita privata di quattro attrici (Anna Magnani, Alida Valli, Ingrid Bergam e Isa Miranda). Nel 1954 realizza il suo primo film a colori, Senso, ispirato a un racconto di Camillo Boito, con Alida Valli e Farley Granger. Siamo nel 1866: una nobildonna veneta s’innamora di un ufficiale dell’esercito austriaco. Questo film segna una svolta nell’arte di Visconti, qualcuno lo definirà impropriamente un tradimento del neorealismo: la cura del dettaglio scenografico è estrema. Le notti bianche (1957) ispirato al romanzo di Dostoevskij è un film in bianco e nero, dall’atmosfera plumbea e nebbiosa. Vince il Leone d’argento a Venezia. Rocco e i suoi fratelli (1960), ispirato al romanzo di Giovanni Testori Il ponte della Ghisolfa, è la storia di una famiglia di meridionali che dalla Basilicata si trasferisce per lavoro a Milano. Narrato con i toni della tragedia greca, il film provoca grandi polemiche a causa di alcune scene crude e violente oltrechè per le posizioni politiche del regista. Il film vince comunque il Gran Premio della giuria a Venezia. L’anno seguente insieme con Vittorio De Sica, Federico Fellini e Mario Monicelli realizza il film a episodi Boccaccio ‘70 (1962). Nel 1963 Visconti mette d’accordo critica e pubblico con Il Gattopardo, tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, vincitore della Palma d’oro. Interpretato tra gli altri da Burt Lancaster, Alain Delon e Claudia Cardinale; è ambientato nel periodo dello sbarco dei garibaldini in Sicilia. Nel 1965 esce il film Vaghe stelle dell’Orsa, ispirata nel titolo a Leopardi. Del 1967 è Lo straniero, ispirato al libro omonimo di Albert Camus, con Marcello Mastroianni e la partecipazione di Angela Luce. Alla fine degli anni sessanta Visconti, ispirandosi al dibattito storiografico postnazista, realizza La caduta degli Dei (1969), con Dirk Bogarde, Helmut Berger e Ingrid Thulin come protagonisti. Il film costituisce il primo tassello di quella che sarà poi definita la “trilogia tedesca”. Gli altri due film saranno Morte a Venezia (1971) e Ludwig (1973). Morte a Venezia è tratto dal lavoro omonimo di Thomas Mann con la collaborazione del costumista Piero Tosi e la sceneggiatura di Nicola Badalucco e dello stesso Luchino. Il 27 luglio 1972, quando sono ormai terminate le riprese di Ludwig ma non ancora cominciato il montaggio, il regista viene colto da un ictus celebrale, nonostante le grandi difficoltà, riesce a girare due ultimi film, Gruppo di famiglia in un interno (1974), scopertamente autobiografico e di nuovo interpretato da Burt Lancaster e Helmut Berger, e il crepuscolare L’innocente (1976), tratto dal romanzo omonimo di Gabriele D’Annunzio, interpretato da Giancarlo Giannini e Laura Antonelli. Luchino Visconti muore il 17 marzo 1976. Vittorio De Sica nacque a Sora il 7 luglio del 1901, è stato un attore, regista e sceneggiatore italiano. E’ considerato uno dei padri del neorealismo e uno dei maggiori registi e interpreti della commedia all’italiana. Figlio di Umberto De Sica, un impiegato e di Teresa Manfredi, una casalinga napoletana. Vittorio aveva con il padre un rapporto molto forte (a lui, infatti, dedicherà il suo film Umberto D). Nel 1914 si trasferì con i familiari a Napoli, per poi, dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, stabilirsi a Firenze e, in seguito, avvenne il definitivo trasferimento della famiglia a Roma. Come regista, De Sica compì il suo esordio dietro la macchina da presa nel 1939 sotto l’egida di un potente produttore dell’epoca, Giuseppe Amato, che lo fece debuttare nella commedia Rose scarlatte. Fino al 1942 la sua produzione da regista non si discostò molto dalle commedie misurate e garbate di Mario Camerini: ricordiamo Maddalena…zero in condotta; Teresa Venerdì, con Adriana Benetti e Anna Magnani (1941). A partire dal 1943, con I bambini ci guardano (tratto dal romanzo Pricò di Giulio Cesare Viola) iniziò, insieme a Zavattini ad esplorare le tematiche neorealiste. Il regista firmò, uno dietro l’altro, quattro grandi capolavori del cinema mondiale, che sono pietre miliari del neorealismo cinematografico italiano: Sciuscià (1946); Ladri di biciclette (1948), ricavato dal romanzo omonimo di Luigi Bartolini; Miracolo a Milano (1951), tratto dal romanzo Totò il buono dello stesso Zavattini; Umberto D. (1952). I primi due ottennero L’Oscar al miglior film in lingua straniera e il Nastro d’argento per la migliore regia. Dopo questa quadrilogia, De Sica firmò altre opere importanti: L’oro di Napoli (1954), tratto da una raccolta di racconti di Giuseppe Marotta; Il tetto (1956), che è considerato il suo passo d’addio al neorealismo; l’acclamato La ciociara, del 1960, tratto dal romanzo omonimo di Alberto Moravia, che vanta una vibrante interpretazione di Sophia Loren, la quale vinse numerosi premi: Nastro d’argento, David di Donatello, Palma d’oro al Festival di Cannes e Oscar alla migliore attrice. Con la Loren lavorò anche in seguito: nell’episodio La riffa inserito nel film Boccaccio ‘70 (1962); in coppia con Marcello Mastroianni in Ieri, oggi e domani (1963), con tre ritratti di donna (la popolana, la snob e la mondana), Matrimonio all’italiana (1964), trasposizione di Filumena Marturano di Eduardo De Filippo e I girasoli (1970). Nel 1972 ottenne un quarto Premio Oscar con la trasposizione filmica del romanzo di Giorgio Bassani Il giardino dei Finzi Contini, storia drammatica della persecuzione di una famiglia ebrea ferrarese durante il fascismo; quest’opera ottenne anche l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 1971. L’ultimo film da lui diretto è la riduzione di una novella di Luigi Pirandello: Il viaggio (1974). De Sica molto attivo anche sul piccolo schermo, partecipò a diverse trasmissioni statunitensi e italiane di intrattenimento leggero, nonchè nel ruolo del giudice chiamato a processare il burattino Pinocchio nello sceneggiato Le avventure di pinocchio di Luigi Comencini (1972). Vittorio De Sica morì il 13 novembre 1974 a 73 anni; nello stesso anno, Ettore Scola gli dedicò il suo capolavoro C’eravamo tanto amati. Riposa a Roma nel cimitero del Verano. Francesco De Robertis (San Marco in Lamis, 10 ottobre 1902 – Roma, 2 febbraio 1959) è stato un regista, sceneggiatore e militare italiano. Ufficiale della Marina Militare, ha dedicato una vasta filmografia all'ambiente della marina e ha realizzato pellicole di ambientazione bellica. Nato a San Marco in Lamis, cittadina del Gargano, paese d'origine della madre (Carolina Tardio); il padre, Nicola De Robertis, era un consigliere di Cassazione originario di Trani. A quindici anni frequenta l'Accademia navale di Livorno per intraprendere la carriera militare e nel 1928 è sottotenente di vascello. I suoi interessi artistici lo spinsero inizialmente verso il teatro, dove nei primi anni trenta fu impegnato nell'allestimento di tre suoi drammi e nel 1933 lascia il servizio attivo. Rientra nella Regia Marina nel 1938 ed è destinato all'ufficio stampa. È nominato direttore del Centro cinematografico del Ministero della Marina, e nel 1939 gira un documentario di informazione e propaganda, Mine in vista. Nel 1940 scrive e supervisiona La nave bianca, diretto da Roberto Rossellini. L'anno seguente conosce Mario Bava, che dirigerà la fotografia di molti suoi cortometraggi. Nel 1941 ottiene il grado di capitano di corvetta in ausiliaria. Il suo primo film, Uomini sul fondo (1941), storia del salvataggio dei marinai di un sommergibile, presenta interessanti tratti realistici, pur nel quadro della retorica umanitarista. Dello stesso tenore sono le opere successive, sempre di ambientazione militare: Alfa Tau!, Uomini e cieli e Marinai senza stelle. Nel 1943 aderisce alla Repubblica Sociale Italiana e dall'8 settembre 1943 al 29 aprile 1945 lavora per il Cinevillaggio di Venezia. Alla vigilia del 25 aprile gira La vita semplice, che sarà distribuito a guerra finita. Lascia la Marina militare nel 1949, con il grado di capitano di fregata. Nel dopoguerra prosegue nel filone con Uomini ombra e Ragazzi della marina e gira numerosi film d'avventura (tra cui Fantasmi del mare, Il mulatto e I sette dell'Orsa maggiore), che seguono in parte i moduli del cinema spettacolare hollywoodiano.VITTORIO DE SICA
FRANCESCO DE ROBERTIS
Federico Fellini (Rimini, 20 gennaio 1920- Roma, 31 ottobre 1993) è stato un regista, sceneggiatore, fumettista e scrittore italiano. Considerato uno dei maggiori registi della storia del cinema, è stato attivo per 40 anni, dal 1950 al 1990, realizzando 19 film in cui ha “ritratto” una piccola folla di personaggi memorabili. Ha lasciato opere ricche di satira e velate di una sottile malinconia, caratterizzate da uno stile onirico e visionario. I suoi film la strada, Le notti di Cabiria, 8 ½ e Amarcord hanno vinto l’Oscar al miglior film in lingua straniera. Fellini segue studi regolari, frequentando il Ginnasio-Liceo classico “Giulio Cesare” di Rimini dal 1930 al 1938. Da adolescente rivela già il proprio talento nel disegno, che manifesta sotto forma di vignette e caricature di compagni e professori. Già prima di terminare la scuola, nel 1938, Fellini invia le proprie creazioni ai giornali. La prestigiosa “Domenica del Corriere” gli pubblica una quindicina di vignette nella rubrica “Cartoline del pubblico”. Agli inizi del 1939 Fellini si è trasferito a Roma con la scusa di frequentare l’Università, in realtà per realizzare il desiderio di dedicarsi alla professione giornalistica. Esordisce infatti, nell’aprile 1939, sul Marc’Aurelio, la principale rivista satirica italiana. Nello stesso anno si reca a Cinecittà per la prima volta per intervistare l’attore Osvaldo Valenti; sempre per un’intervista ha il primo incontro con Aldo Fabrizi, con il quale instaurerà una solida e duratura amicizia. Il successo nel Marc’Aurelio si traduce in buoni guadagni e inaspettate offerte di lavoro. Comincia a scrivere copioni e gag di sua mano. Scrive le battute per gli spettacoli dal vivo di Aldo Fabrizi. Subito dopo l’arrivo delle forze alleate, apre nel 1944 a Roma con Enrico De Seta una bottega dal nome “The funny face shop”, nella quale si dipingono caricature per i militari alleati in un locale di Via Nazionale, insieme con il giornalista Guglielmo Guasta e i pittori Carlo Ludovico Bompiani e Fernando Della Rocca. Il progetto si espande e grazie a ciò ha il suo primo incontro con Roberto Rossellini, nel 1945. Grazie a Rossellini, Fellini collabora alle sceneggiature di Roma città aperta e Paisà, film che aprono, assieme alle opere di altri autori, soprattutto Vittorio De Sica e Luchino Visconti, la stagione che verrà definita del Neorealismo cinematografico italiano. Fellini giunge all’esordio assoluto come regista, con Lo sceicco bianco, con Antonioni coautore del soggetto, Flaiano coautore della sceneggiatura e una grande interpretazione di Alberto Sordi, esempio della capacità di Fellini di valorizzare gli attori più amati dal pubblico. Con questo film, Fellini inagura- grazie anche alla collaborazione con Ennio Flaiano- uno stile nuovo, estroso, umoristico, una sorta di realismo magico, onirico, che però non viene subito apprezzato. Inoltre, più in generale e facendo riferimento anche alla filmografia successiva a Lo sceicco bianco, si definisce lo stile di Fellini come fantarealismo. Gli anni 50 sono caratterizzati da profondi cambiamenti nella società e in particolare nell’Italia che si avvia verso l’industrializzazione. I film di Fellini girati in questo periodo nascono proprio da questo contesto. Dopo lo sceicco bianco il regista gira i vitelloni, che racconta la vita di provincia di un gruppo di amici a Rimini. Questa volta il film ha un’accoglienza entusiastica. Alla Mostra del cinema di Venezia, dove viene presentato il 26 agosto 1953, l’opera conquista il Leone d’argento. La fama di Fellini si espande per la prima volta all’estero, il film è infatti campione d’incassi in Argentina e riscuote un buon successo anche in Francia, Stati Uniti e Inghilterra. E’ il 1953 e il regista riminese, poco più che trentenne, fa ricorso a episodi e ricordi dell’adolescenza, ricchi di personaggi destinati a restare nella memoria. Sebbene molte parti della sceneggiatura abbiano un carattere autobiografico, descrivendo situazioni e personaggi della sua infanzia, il regista riminese preferisce distaccarsi dalla realtà inventando una cittadina fittizia mischiando ricordi e fantasia, come farà 20 anni più tardi con la Rimini di Amarcord. Il grande successo internazionale arriva per Fellini grazie al film La strada, girato nel 1954. La scrittura de La strada avviene a partire da alcune discussioni con Tullio Pinelli sulle avventure di un cavaliere errante per poi focalizzarsi sull’ambiente del circo e degli zingari. Il film, ricco di poesia, racconta il tenero ma anche turbolento rapporto fra Gelsomina, interpretata da Giulietta Masina, e Zampanò, interpretato da Anthony Quinn, due strampalati artisti di strada, che percorrono l’Italia dell’immediato dopoguerra. La prima de La strada avviene il 6 settembre 1954 a Venezia. I primi giudizi del film si inseriscono in un contesto di scontro culturale con i neorealisti sostenitori del regista Luchino Visconti che presenta nello stesso periodo il film Senso. Ben altra accoglienza ha il film fuori dai confini italiani e nel 1957 arriva l’Oscar al miglior film in lingua straniera, istituito per la prima volta in quell’edizione, per La strada. Molti critici hanno provato ad analizzare il film per cercare elementi autobiografici di Fellini, identificandolo principalmente con Zampanò e vedendo nel suo rapporto con Gelsomina una metafora del matrimonio nell’epoca femminista. Dopo il successo de La strada sono molti i produttori che si contendono il successivo film del regista, ma dopo aver letto il soggetto de Il bidone molti si tirano indietro. L’unico che accetta è Goffredo Lombardo della Titanus. L’idea per questa sceneggiatura viene a Fellini dai racconti di un gabbamondo incontrato in una trattoria di Ovindoli durante la lavorazione de La strada. Dopo averne discusso con i collaboratori Pinelli e Flaiano, si cerca l’attore protagonista. Dopo aver scartato molti nomi viene scelto lo statunitense Broderick Crawford, affiancato dal connazionale Richard Basehart (il “Matto” de La strada), Franco Fabrizi e Giulietta Masina. Il risultato finale appare alla critica e al pubblico modesto. La “prima” avviene il 9 settembre 1955 a Venezia dopo essere stati costretti a un lavoro di montaggio a tempi di record. La gelida accoglienza avuta alla mostra di Venezia porterà il regista a decidere di non mandare più al Lido nessuno dei suoi lavori, fino a quando presenterà fuori concorso, Fellini Satyricon nel 1969. Gli incassi de Il bidone sono piuttosto deludenti e anche la distribuzione all’estero non porta i risultati sperati. Il successo torna con il film successivo, Le notti di Cabiria, anch’esso Premio Oscar. Anche in questo caso, protagonista è Giulietta Masina, sempre molto presente nei primi film del regista riminese. Il film conclude la trilogia ambientata nel mondo degli umili e degli emarginati.