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Per celebrare il Giorno del Ringraziamento, Erik Blake riunisce tre generazioni della sua famiglia in Pennsylvania nell’appartamento di sua figlia a Lower Manhattan. Tutto sembra svolgersi senza intoppi fino a che gli screzi cominciano a farsi sentire. Accadono cose strane e i contrasti aumentano. Il film d’esordio profondamente divertente e inquietante dello sceneggiatore e regista Stephen Karam, adattato dalla sua commedia vincitrice del Tony Award, The Humans osserva il terrore nascosto di una famiglia e l’amore che li unisce. La famiglia Blake cioè il padre Erik, la madre Deirdre, la nonna sofferente di demenza senile e la figlia Aimee si trova per festeggiare il Ringraziamento a casa della sorella minore di Aimee, Brigid, e del compagno di lei Rich. Il loro incontro si svolge in un appartamento di Manhattan trasandato, ma l’atmosfera conviviale sembra vincere sui disagi, finchè vengono a galla le cose non dette e i drammi personali che ogni componente della famiglia vive o ha. Erik deluso ed incalzato da incubi che si ripresentano, sembra continuamente percepire presenze invisibili nella casa. – I titoli di testa guardano dal basso i palazzi di Manhattan e quel pezzo di cielo che è possibile scrutare in mezzo al cemento. Ed essi richiamano alla mente molto di quelli che saranno testo e sottotesto di un horror psicologico, idoneo a mescolare un impianto teatrale ( con chiaro ascendente di Cechov) a schizzi di horror contemporaneo sulla imitazione di alcune produzioni Blumhouse o del cinema Ari Aster. Nello svolgimento rigorosamente in interni, in cui ogni anfratto dell’appartamento è sfruttato come controcanto psicologico dei traumi dei Blake c’è la natura di adattamento teatrale dell’opera. Il passaggio dal palcoscenico al grande schermo è veicolato proprio dai titoli di testa- unico squarcio di mondo esterno alla casa-, dalle soggettive inquietanti e polanskiane ma soprattutto dal lavoro sul sonoro, che ricorre ad ogni rumore quotidiano per trasmettere paure che di quotidiano non ha nulla. La famiglia Blake diventa così il ricovero dei traumi che tormentano l’America odierna: la precarietà lavorativa, le paure catastrofiche ispirate dall’11 settembre 2001 in avanti; la mancanza di fede, ma allo stesso tempo il bisogno di affidarsi a una qualche provvidenza; il senso di inutilità che si scontra costantemente con l’ambizione individualista e inappagabile del sogno americano, amplificata dal meccanismo perverso dei social network. Alla negatività assoluta di Aimee si contrappone l’ottimismo di Rich, la cui natura nerd e finta è rivelata da alcuni deprimenti dettagli- l’idea di sostituire l’effetto focolare con una rappresentazione dello stesso o l’ossessione per le liste; allo sciocco fideismo di Deirdre si oppone il realismo dell’ambiziosa Brigid, in una dialettica di forze centrifughe che ci spinge all’immedesimazione. Verso la conclusione saremo riusciti a provare empatia con almeno uno dei Blake e a soffrire con loro mentre circola la sensazione che qualcosa andrà storto.
Fonte: mymovies.it